Vi è mai capitato qualche volta di aver fatto un sacco di cose, di esservi impegnati al massimo, ma di non aver fatto ciò che avreste voluto e dovuto? Per spiegarvi cosa succede occorre tornare indietro di qualche millennio, quando i nostri antenati faticavano nella foresta per sopravvivere, ed era all’ordine del giorno la possibilità di un attacco di qualche leone o di qualche altra belva feroce. In quel contesto ogni tipo di risorsa andava destinata per la sopravvivenza: era necessaria un’attenzione costante a ciò che ci circondava per reagire al primo segnale di pericolo.
Oggi, fortunatamente, non siamo più in quel tipo di contesto, ma paradossalmente c’è una parte del nostro cervello che non lo sa. Non tutte le parti del nostro cervello si sono infatti evolute allo stesso modo: mentre una è riuscita a elaborare scienze e culture e a crescere con esse, l’altra, quella primitiva, la stessa di allora, immobile e immutata. Questo perché essa presiede ad attività ancestrali, come mangiare, dormire, difendersi dai predatori e scappare, tutte cose su cui non siamo programmati a rinunciare.
A fini di sicurezza personale la parte primitiva vuole dunque trattenere la maggior parte possibile delle risorse, senza sprecarle in quelle che ritiene cavolate (se viste da un punto di vista di pericolo per la nostra sopravvivenza).
Potete provare finchè volete, ma chi ci ha progettato, evidentemente sottovalutando i progressi possibili alla nostra specie, ha fatto in modo che l’attenzione ai bisogni di sopravvivenza e pericolo non potesse mai venir meno, nemmeno in contesti relativamente sicuri come quelli in cui viviamo oggi.
Per cui, quando la parte più recente del cervello chiede risorse per poter svolgere i compiti della nostra quotidianità, quella primitiva cerca di negargliele. La procrastinazione è il frutto più evidente di questo gioco al risparmio. Rimandando a domani, infatti, conserviamo le risorse nel presente. Domani vedremo, molto probabilmente rimanderemo ancora e ancora. Vi suona familiare?
Come dunque questa parte primitiva riesce a convincerci all’immobilismo? La questione è subdola e complessa. Una volta, infatti, le sarebbe bastato farci prefigurare la minaccia del leone per ottenere la nostra completa attenzione. Ora invece quel vecchio trucco non le riesce più: la maggior parte delle volte susciterebbe in noi solo una grassa risata.
Fedele però al suo compito di non perdere mai di vista i bisogni primari di sopravvivenza, la parte primitiva ha elaborato una strategia molto più sottile esuadente di coinvolgimento, per ridurre la parte più giovane al riposo.
Si tratta per lo più di una retorica estremamente convincente, cui è difficile resistere, proprio come successe nel caso di Ulisse e delle sirene con cui abbiamo aperto il post. Essa si fonda su di alcune fallacie di cui dovremo essere consapevoli se non vogliamo ritrovarci a procrastinare ancora una volta.
La prima riguarda la necessità del riposo. Il cervello primitivo riesce senza ostacoli a farci sentire stanchi e acciaccati, e, in forza di ciò, gli viene facile convincerci a rimandare a domani un’attività così gravosa come quella presente, facendo leva sulla convinzione, che si rivela, per lo più, sempre falsa, che saremo in una condizione migliore di oggi.
La seconda è la necessità di svago: Dopo avervi concesso un minimo di risorse per fare una parte infinitesima di quanto vi sareste prefissati, la parte primitiva ha buon gioco nell’indurvi a credere di meritare un po’ di svago prima di tornare al lavoro. Tuttavia, una volta aperto alla possibilità di distrazione, al lavoro non tornate più, buttando un’altra giornata, e finendo preda della più nera frustrazione. Le notifiche social, ad esempio, sono una delle massime realizzazioni fondate su questa fallacia. Per questo è molto importante il design del momento di concentrazione, ossia il fatto che voi pensiate in anticipo a quali possano essere le distrazioni verso cui sarete più sensibili e le impediate a priori. La modalità aereo dei cellulari può essere un buon esempio di questo progetto virtuoso di una sessione lavorativa ad altra concentrazione
La fallacia sensoriale riguarda invece una iperattivazione dei sensi come la vista, il gusto o l’udito, in modo che sia facile distogliervi dal lavoro. Pensate a quante volte, mentre cercavate disperatamente di concentrarvi sul lavoro, il profumo di qualche manicaretto preparato da una vostra vicina, che vi ricorda improvvisamente che vi è venuta fame. Il consiglio è quello di tener vicino a voi un po’ d’acqua e qualcosina da sgranocchiare per prevenire improvvisi morsi della fame.
Se pensate che questo sia tutto vi sbagliate di grosso: il cervello primitivo ha in serbo per voi due idee ancora più subdole.
La prima è una fallacia legata al tempo. E’ impossibile tenere livelli significativi di concentrazione per oltre 25-50 minuti. Dopo di ciò è necessaria una pausa. Se non siete fermi su questo e se pensate a una buona performance anche senza definirne un limite temporale credibile, sarete facilmente attaccabili. Il cervello primitivo, infatti, interverrà certamente dicendo che siete stanchi e che avete bisogno di pausa: se avrete fissato in precedenza un momento di pausa molto vicino nel tempo, potrete aver la forza di continuare, ribattendo che la pausa è vicina; senza avere in mente questo traguardo credibile, invece, sarete sufficientemente esposti da cedere alle prime lusinghe legate al riposo.
L’ultima fallacia che consideriamo (ma ce ne sarebbero molte altre) è quella legata al compito diverso. I compiti segnati in agenda sono di solito molto dispendiosi, anche perchè caricati di un valore emotivo (dovere, desiderio) che, in genere, richiede molte risorse. Il cervello primitivo, allora, interverrà per suggerirvi soavemente un compito diverso, plausibile ma meno importante, che vi possa distogliere da ciò che stiate facendo. Purché smettiate di fare ciò che volete fare, il cervello suggerirà compiti sempre più interessanti, dal pagare quella bolletta, al fare gli auguri al capo, al completare quel lavoro di ieri che alla fine era rimasto a metà. Il trucco è non cedere ovviamente, ma tenere sempre a portata di mano un foglietto su cui segnare, con non più di tre parole, l’idea che vi è venuta. Tre parole sono sufficienti, sia per non farvi perdere la concentrazione in quanto state facendo, sia per tenere traccia di ciò che, in altri momenti, potrebbe rivelarsi molto opportuna e utile.
In questo modo avrete una fortissima vittoria sulla vostra parte sabotatrice: la costringerete a lavorare per voi e non contro di voi.

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Riferimenti Mediatici

Bibliografia

Claudia Elisabetta Muccinelli – L’arte dell’Agenda
Chris Bailey – Hyperfocus: How to Work Less to Achieve More
Cal Newport – Slow Productivity
Anders Ericsson – Peak
Matthew Syed – Black box thinking

Videografia
Il Podcast di Andrew Huberman

Per approfondire:

Chi sono
Precisazione importante

La Matrice Gusto Salute
A chi serve la bilancia (?)
La dieta? Sia un fatto solo tuo

Edna – Storia di una ballerina
Resistere alle critiche distruttive
L’importanza di aggiornare gli appunti

Di più su di me:

Se vuoi leggere altre cose che scrivo, ho collaborato al libro L’Arte dell’Agenda di Claudia Elisabetta Muccinelli

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