Fanno molto rumore le dichiarazioni di Alcaraz emerse a seguito di un documentario Netflix lui dedicato. Emerge un non nuovo problema di rapporto atleta – performance che analizzeremo meglio in questo post.

Quella che descriveremo è una parabola che gli appassionati di tennis hanno già visto diverse volte. Chi non ricorda, infatti, il profondo dolore che traspare da Open, l’autobiografia di Andrè Agassi? O chi di voi non ha negli occhi la sofferta parabola di vita di Jennifer Capriati, fortunatamente a lieto fine?
Con tutto questo nella testa, nello straordinario documentario Netflix possiamo sentire Alcaraz fare dichiarazioni simili:
Mi piacerebbe diventare il migliore della storia la cosa importante è divertirmi […] Il mio sogno è diventare uno dei migliori della storia, ma voglio farlo a modo mio,[…] non so se farei tutto quello che è in mio potere, se farei di tutto per diventare uno dei migliori. Quello che ho fatto finora è preferire la felicità all’avere successo, perchè la felicità è già un successo, e non è facile trovarla.
*) Chiariamo subito un paio di punti; Alcaraz è uno dei più grandi talenti della storia del tennis: a soli 21 anni ha già vinto più di quanto il 70% sognerebbero, e, se volesse ritirarsi a vita privata domattina, avrebbe tutto il diritto di farlo.
*) Nessuno obbliga Carlos a performare quanto le sue potenzialità sembrerebbero permettergli, se volesse giocare per 5 o 6 anni col freno a mano tirato e intanto divertirsi, potrebbe comunque guadagnare e restare nei primi dieci senza problemi.
Però sapete che noi tifiamo per il tennis e nel video sono emersi alcuni punti che come mental coach mi sento di evidenziare e discutere.
*) Mancanza di chiarezza negli obiettivi a) Voglio essere uno dei più grandi nella storia e b) voglio diventarlo a modo modo mio, senza rinunciare a divertirmi, non sembrano prospettive conciliabili, soprattutto perchè sono poco chiare. Alcaraz è già uno dei più grandi della storia, ed è già stato numero 1 del mondo… e adesso? Qual è il prossimo obiettivo? Tornare numero 1 o restare nei top 3? In un punto Carlos individua il proprio obiettivo in 20 slam vinti in carriera. Ne mancherebbero 16. Obbiettivo alla portata. Se così fosse, potrebbe giocare un po’ meno, lasciando più spazio alla vita privata e trovando un approccio migliore nei soli 4 tornei rilevanti. Questo dovrebbe essere chiaro e pacifico, per lui e per il suo team. Di fatto però non sembra.
*) Separare allenamento e vita privata Da mental coach quello che mi sento di dire è che vedo una grande difficoltà di gestione degli spazi. : doversi fare massaggiare in camera del fratello perchè Carlos non vuole lasciare la famiglia, lo trovo un errore banale e facilmente sanabile. Pensare di poter trovare stimoli e concentrazione a casa di mamma, credo sia un errore. Troppe le commistioni. Sinner a 14 anni è andato via di casa, a vivere senza genitori a Bordighera per frequentare l’Accademia del grande Riccardo Piatti. La separazione è chiara: in Alto Adige si sta in famiglia, a Bordighera si pensa al tennis.
*) Separare meglio divertimento e allenamento. Nessuno dice che Carlos no debba divertirsi, ma che il divertimento non dovrebbe pregiudicare la prestazione: questo può essere ottenuto sia scegliendo divertimenti con meno impatto sul fisico, sia impostandone la giusta frequenza, in modo da concedersi del tempo per la migliore attivazione fisica in vista dei tornei. Non ci si diverte solo ad Ibiza e non ci si diverte solo facendo le ore piccole. Consiglierei a Carlos di ampliare il proprio vocabolario dei divertimenti al fine di includere attività che possano essere gratificanti, senza impattare sulla performance. In particolare, dovrebbe essere aiutato nel trovare più gratificazione durante l’allenamento, stabilendo dei piccoli premi per ogni sessione di allenamento correttamente ultimata.
*) Allenamento mentale Oltre alla scarsa chiarezza negli obiettivi e ad un errato rapporto con gli allenamenti, che non riescono ad essere percepiti come gratificanti, è da segnalare una profonda infelicità, che traspare in ogni parola, anche quando si dica espressamente il contrario. In più abbiamo la denunciata difficoltà a rimanere concentrato sulla partita, sul punto in gioco, caratteristica che abbiamo visto essere fondamentale nel tennis moderno, ossia la capacità di lasciare fuori dal momento della prestazione ogni altra considerazione che prescinda dall’imminente gesto tecnico.
*) Paragoni troppo pesanti L’incapacità di concentrarsi sul prossimo punto e il lasciare vagare troppo la mente vengono acuite anche dall’insistenza mediatica su paragoni insostenibili per il giovane Carlos. Sinner, Djokovic e, soprattutto Nadal, dotati tutti di una forza mentale di cui Carlos non dispone e che vive come un peso.
Lo splendido documentario di Netflix mostra dunque la possibilità (e per certi versi la necessità) di un miglioramento su più aree, dentro e fuori dal campo. La giovane età gioca a favore: c’è da augurarsi che, così come è stato per Agassi e per la Capriati, la maturità tennistica permetta a Carlos di appianare queste asperità nel carattere e di conquistare quei grandi traguardi che merita.
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Riferimenti Mediatici
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Bibliografia Generale
Claudia Elisabetta Muccinelli – L’arte dell’Agenda
Allen, D. (2001) – Detto Fatto
Grant, A. (2023) – Il potenziale nascosto
Drucker, P (1967) The Effective Executive
Segura, H. (2016) The Inefficiency Assassin
Mel Robbins – La regola dei 5 secondi
Maloney David – (2020) Procrastination Decoded
Steve Magness – Do the Hard Thing
Brian Tracy – Ingoia il rospo
Robbins, M (2023) The Let Them Theory
Le Cunff, AL (2025) Tiny Experiments
Agassi, A (2015) Open
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