
Nella sua splendida autobiografia Andrè Agassi descrive come sia lui che il fratello Philly abbiano avuto la medesima, tirannica, educazione tennistica da parte del padre. Eppure Andrè è diventato numero 1, Philly no. Molti dicono che la differenza sia stata nel talento, ma io non lo credo. In questo post cercherò di argomentare, esplicitando la mia posizione.
Talento. Con uno sguardo annoiato e un po’ distratto, molti derubricano la questione del successo di Agassi con questa sola parola, ma in realtà c’è molto di più e la volontà di non saper guardare oltre la superficie denota l’atteggiamento colpevole dei più, a cui non conviene avvalorare l’impegno, perchè significherebbe mettersi in gioco molto più di quanto siano disposti a fare. Ma allora, se non si tratta di talento, che cosa ha reso così diversi i risultati dei due fratelli: una serie di fattori psicologici e situazionali:
Fattori situazionali
[Papà:] Non migliori più, qui a Las Vegas. […] Non ho più niente da insegnarti. [Andrè pensa] Papà non lo dice, ma è ovvio: è deciso a fare diversamente con me. Non vuole ripetere gli errori commessi con i miei fratelli. Ha rovinato il loro gioco tenendoli con sé troppo a lungo, standogli troppo addosso, e così facendo ha rovinato anche il suo rapporto con loro. [Andrè viene spedito alla Bollettieri Accademy]
La performance è una esperienza strana. In termini di performance vale il famoso detto di Tomasi di Lampedusa “perchè tutto resti come è bisogna che tutto cambi.” Esiste una tendenza all’assuefazione per cui ogni intervento esterno che abbia un qualche impatto positivo sulla performance agisce in maniera limitata sia in senso di crescita che di durata. Ogni performer incontra dei Plateau, dei momenti in cui la crescita si arresta o addirittura recede. In quei momenti occorrono altri stimoli e altre scosse, altrimenti è finita. Non ci si dimentichi che Andrè nel libro riconosce abbastanza apertamente nel libro: non sarebbe stato in ATP senza Bollettieri, non avrebbe vinto Wimbledon senza Reyes, senza Gilbert non avrebbe vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi, senza la motivazione della fondazione intitolata a suo nome, non avrebbe trionfato in tutto il resto. In ogni momento di Plateau della sua carriera Andrè ha avuto la bravura di andarsi a cercare e la fortuna di trovare persone e situazioni in grado di permettergli un miglioramento.
Questo processo non è affatto lineare e scontato: il giocatore è come un pezzo di puzzle: per poter progredire deve trovare la persona e/o la situazione in grado di incastrarsi perfettamente. Non è scontato che succeda.
Questo perchè ci sono fattori di personalità importanti che devono essere conosciuti e assecondati in un determinato momento: per alcuni saranno fondamentali indicazioni tecniche, per altri atletiche, per altri motivazionali. E ancora, ad alcuni servirà un ambiente militaresco, ad altri scherzoso, ad altri famigliare. Parte importante in tutto questo è da attribuirsi al discorso interno, a cosa passi nella mente di un performer. Di rilievo è anche l’idea della Fondazione, che gli permette di dare nuovo significato all’idea di vincere
Tra i fattori degni di nota, ne citerei altri due: da un lato le risorse e la rete di supporto, che gli hanno permesso di trovare il meglio per sè di volta in volta, dall’altro l’Academy che, per quanto Andrè ne parli piuttosto male, gli ha comunque permesso di confrontarsi con i migliori atleti del suo tempo, creando una virtuosa comunità di pratica, di cui ha beneficiato una intera generazione di fenomeni.
Riuscire ad innescare quella scintilla di miglioramento è dunque qualcosa di imprevedibile o quasi magico. Più che parlare di talento, occorrerebbe dunque insegnare ai performer a continuare a cercare esperienze che li migliorino, renderli consapevoli della necessità e dell’importanza di questa ricerca.
Andrè ha avuto / si è conquistato opportunità e ha maturato una mentalità che Philly non ha avuto… parlare di una differenza di talento è miope e riduttivo
Questo funziona anche nella vita quotidiana di ciascuno di noi
Le cose che sto dicendo funzionano anche per te, che stai leggendo e che non hai mai preso una racchetta in mano. Il meccanismo tossico che nello sport ricorre al concetto di talento, è simile a te quando parli di sfortuna o destino. Il destino non serve, arresta il discorso e ti lascia in una impasse colpevolmente pigra. Pensa piuttosto ad imparare dai migliori attorno a te, a circondarti di persone positive, a sperimentare alcuni nuovi accorgimenti che potrebbero migliorare la tua vita. Parlare di talento e di destino è riproporre la favola della volpe e l’uvs
La vita è come una partita contro il numero uno del mondo: lui è più forte, è probabile che vinca… ma… conta sempre e solo il prossimo punto, concentrati sul vincere quello… zitto e gioca!
Continuate sul nostro libro L’arte dell’Agenda
Riferimenti Mediatici
Emerografia Digitale
UbiTennis
Videografia
La dichiarazione di Panatta a Splendida Cornice
RedScoreboard su Youtube
Gonzo Tennis
UbiTennis
Served
Bibliografia Generale
Claudia Elisabetta Muccinelli – L’arte dell’Agenda
Allen, D. (2001) – Detto Fatto
Grant, A. (2023) – Il potenziale nascosto
Drucker, P (1967) The Effective Executive
Segura, H. (2016) The Inefficiency Assassin
Mel Robbins – La regola dei 5 secondi
Maloney David – (2020) Procrastination Decoded
Steve Magness – Do the Hard Thing
Brian Tracy – Ingoia il rospo
Robbins, M (2023) The Let Them Theory
Le Cunff, AL (2025) Tiny Experiments
Agassi, A (2015) Open
Dai una occhiata a tutti i libri citati nel blog
Per Approfondire
Il prossimo punto
Alcaraz: il tennis può diventare schiavitù?
Ingaggia Nole come tuo mental coach personale
Cercasi un serio mental coach per Zverev
Alcaraz: il tennis può diventare schiavitù?
Alcaraz: Resistere alle critiche distruttive
Leave a comment