
Federico Ferrero, che tutti conoscete come giornalista, scrittore, blogger e commentatore televisivo (Sky ed Eurosport), mi ha concesso una interessante intervista durante la registrazione di una delle puntate del suo podcast Sete di Tennis, offrendomi alcuni spunti e confidenze molto interessanti. Qui ne trovate la trascrizione
1) Sinner ha recentemente detto “tennis is a mental game”. E’ esattamente la ratio del mio blog, quindi è una affermazione che sposo molto. Ma non è universalmente condivisa tra i top player: se Alcaraz e Djokovic paiono condividerla, Zverev (che però si sta ricredendo) e Fritz (che ha parlato di effetto placebo) paiono non essere d’accordo. Lei cosa ne pensa?
Non sono competente dal punto di vista accademico in questa materia perché non ho studiato psicologia, ma sul fatto che tennis sia uno spot mentale sussistono pochissimi dubbi, a mio avviso. Sinner è una delle dimostrazioni più eminenti nella contemporaneità di quanto la testa possa fare la differenza. Il fatto che tanti, tantissimi sappiano giocare bene a tennis, e pochi, pochissimi riescano ad eccellere, dipende da una serie di fattori.
Se sai giocare bene, probabilmente anche un fisico all’altezza, quindi fisicamente, tecnicamente sei attrezzato. Cosa manca? L’aspetto mentale che è un mondo, significa
1) riuscire a gestire la tensione nei momenti importanti e sbagliare meno dell’avversario,
2) non cadere invece vittima proprio della della paura. Ci sono giocatori che vengono paralizzati dall’emozione, dalla tensione della paura di vincere o dalla paura di perdere. Chi è più bravo a gestire queste situazioni ha un vantaggio.
Perché il tennis è uno sport mentale, nel senso che la differenza tra un errore e un colpo vincente, una palla che sta dentro, la palla che sta fuori, il ruolo dell’avversario è minima e quindi se tu reagisci in maniera spropositata a un’occasione che ti si presenta o a qualcosa che ti succede e che devi subire, (come un punto fortunato, una riga, un nastro,,,), allora le tue possibilità di vincere diminuiscono drasticamente.
Tanto più è alta la posta in palio, tanto più devi essere in qualche modo in grado di gestirla meglio del dell’uomo comune della strada. Da questo punto di vista credo che non ci sia nessun dubbio.
E l’effetto placebo di Taylor Fritz?
Credo che semplicemente Fritz, e chi la pensa come lui, abbia voluto sottolineare un aspetto che, a volte, viene tenuto in secondo piano, lasciando credere che il tennis sia soprattutto uno spot mentale. No, chi noi vediamo in televisione è un atleta eccezionale, ma nel senso etimologico del termine, che è un’eccezione alla normalità. Non esiste gente normale con qualità psico atletico fisiche normali che possa esprimersi su quei livelli, senza avere un talento speciale, uno dei vari tipi di talenti che sono necessari nel tennis, quantomeno.
Di psicologia parli dopo che sei arrivato lì. Però è anche vero che se sei arrivato lì, evidentemente, in modo anche inconsapevole, Un po’ psicologo di te stesso lo sei stato.
Ricordo questo proposito, un libro uscito tanti anni fa da parte di un di un coach di tennis che dopo un viaggio in India da Osho aveva cambiato il suo nome di battesimo e si chiama Agam Bernardini. Il libro si intitola Lo zen e l’arte di giocare a tennis, e quindi una specie di zennis, cioè il tennis che, se giocato senza i legami, lacci, i pesi, le zavorre del della mente, diventa un gioco bellissimo. Tutti noi sappiamo che in allenamento, quando non conta nulla, giochiamo bene, poi lo stesso scambio giocato in partita è un’altra storia.
La Prefazione del libro è stata scritta Nicola Pietrangeli e contiene un elemento molto interessante, Pietrangeli scrive: non conoscevo Agam, nè tantomeno Osho, però ho capito che, evidentemente, senza rendermene conto, io sapevo essere un pochino Zen sul campo. Questa, secondo me, è una grande verità: ci sono tanti giocatori che hanno questo dono, ma non ne sono consapevoli, cioè di saper giocare In maniera “tranquilla” i momenti topici delle partite importanti senza farsi apparangiare dal terrore, che io stesso penso potrei avere una situazione simile, cioè se un campo importante, gli occhi di persone che ti seguono dal vivo e da casa, quando in palio c’è una partita che può valere con la carriera, una vita. Certi giocatori riescono a isolarsi e a giocare, non dico come nel giardino di casa loro, ma comunque con lucidità considerevole, quando invece noi comuni mortali no riusciremo neanche a centrare la palla. Ecco, in questo, secondo me, si manifesta qual è l’importanza dell’aspetto psicologico.
2) Uno dei punti qualificanti del mio blog è che alcuni aspetti mentali e organizzativi (rilassamento, preparazione, attenzione ai dettagli, gestione dei momenti) siano fondamentali anche nella vita, e per dirlo ho utilizzato alcune parole di una recente intervista di Steffi Graf. Se lei dovesse indicare una sola cosa che le ha insegnato il tennis, una cosa di cui ha fatto tesoro nella sua vita di tutti i giorni, quale sarebbe?
Complimenti per la domanda originale, che nessuno mi aveva mai fatto, ed a cui non avevo mai pensato. Se dovessi dirne una, direi l‘arte della pazienza, che è un qualcosa che mi riesce molto difficile. Tutte le volte che tratto questo argomento mi viene in mente una battuta che mi fece Vincenzo Santopadre, quando disse:
Io credo che se tu sei una di quelle persone che al ristorante non ha pazienza e richiama insistentemente il cameriere per chiedere come mai il piatto non è ancora arrivato, come mai c’è un ritardo nell’ordinazione…, ecco il tennista forse è meglio che tu non provi a farlo…
Ecco, è una qualifica, quella della pazienza al ristorante, che non sembrerebbe essere una delle doti richieste nel curriculum di un aspirante tennista professionista invece lo diventa se insegna al tennista ad abituarsi a tantissime cose che non dipendono da lui (la partita dell’avversario, la casualità di certi punti, di certe partite, che le cose vadano o non vadano per 1 cm, un decimo di secondo, i tanti imprevisti)
E’ tutto un esercizio di arte della pazienza. Io non credo di avere imparato, ma ho certamente provato in qualche modo a trarre ispirazione dal fatto che veramente quando non puoi cambiare una cosa, devi cambiare il tuo atteggiamento rispetto ad essa, come disse, in un’epoca precedente all’uso di massa dei social, Randy Pausch, un professore di informatica alla Carnegie Mellon University e malato terminale di cancro, in una Ultima Lezione diventato poi virale. Pausch disse:
Io ho ho poco più di quarant’anni, mi hanno scoperto un tumore al pancreas, ho 3 bimbi piccoli, sto morendo, eppure sto vivendo un periodo bellissimo della mia vita. Una delle cose che ho imparato è che non puoi cambiare le carte che ti vengono servite al tavolo, ma puoi cambiare il modo in cui ti giochi la mano.
Ecco, questo credo che potrebbe essere un insegnamento giusto per chi si avvicina al tennis, per chi apprezzandolo, forse può anche imparare, appunto, a non a non prendersela troppo. Quante volte noi siamo arrabbiati, ce l’abbiamo con qualcuno, qualcuno che noi pensiamo ci abbia fatto una scorrettezza (magari è una questione di punti di vista), o un’ingiustizia che abbiamo subito, un imprevisto che non possiamo controllare… non dipende da noi, dipende da noi soltanto il modo in cui noi gestiamo quello che ci succede.
3) Se dovesse indicare una biografia di un grande campione del passato come insegnamento per la vita delle giovani generazioni, quale sarebbe? E perché?
Faccio una citazione un po’ particolare, magari perché prima del fenomeno delle biografie sportive, prima che quella di Agassi rivoluzionasse il genere, anche dal punto di vista letterario, soprattutto per l’apporto di un grande scrittore come J. R. Moehringer, a me era piaciuta molto la biografia di James Blake, giocatore che ha avuto tante difficoltà, di vario genere, nel corso della sua carriera da professionista e anche un gravissimo infortunio che aveva subito proprio Roma, rincorrendo un dropshot, era caduto e si era lesionato una vertebra cervicale, rischiando la paralisi. Questa biografia che in Italia, giustamente, è passata sottotraccia e non è neanche stata tradotta, l’ho trovata particolarmente verace, sincera e con spunti interessanti anche su quanto potesse essere spietato quel modo. Non è la classica biografia poco curata, di quelle che circolavano ai tempi soprattutto. E non è neanche troppo letteraria, il discorso letterario mancava, ma era in maniera corretta e scorrevole (Evidentemente c’era la mano di qualcuno che che sapeva fare editing). La forma era abbastanza in secondo piano rispetto alla sostanza. Nel racconto ho apprezzato la capacità di superare le difficoltà e di accettare certe situazioni, anche per la classe con cui Blake si è mosso in episodi spiacevoli che sono stati parecchi nella sua vita personale e sportiva.
Ecco, io ve lo consiglierei, un ottimo libro non proprio mainstream, se avete dimestichezza con inglese. La biografia si intitola Breaking Back, facendo appunto. questo gioco di parole sul superpettarsi il parecchio di svantaggio.
Continuate sul nostro libro L’arte dell’Agenda
Riferimenti Mediatici
Videografia
L’intervista su Sete di Tennis
L’ultima lezione di Randy Pausch
Gonzo Tennis
UbiTennis
Served – Il podcast di Andy Roddick
Tennis Insider Club
Advantage – Il podcast di Jimmy Connors
Monografie sul tennis
Agassi, A (2015) Open
Bernardini, A. (2009) Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Blake, J (2007) Breaking Back
Ceccarelli, R (2024) Nella mente di un campione
Imarisio, M. e Piccardi, G. (2024) Piovuto dal cielo
Bibliografia Generale
Claudia Elisabetta Muccinelli – L’arte dell’Agenda
Allen, D. (2001) – Detto Fatto
Grant, A. (2023) – Il potenziale nascosto
Drucker, P (1967) The Effective Executive
Segura, H. (2016) The Inefficiency Assassin
Hardy, D. (2010) – Effetto cumulativo
Mel Robbins – La regola dei 5 secondi
Maloney David – (2020) Procrastination Decoded
Steve Magness – Do the Hard Thing
Brian Tracy – Ingoia il rospo
Robbins, M (2023) The Let Them Theory
Le Cunff, AL (2025) Tiny Experiments
Agassi, A (2015) Open
Dai una occhiata a tutti i libri citati nel blog
Per Approfondire
Balaguer: Alcaraz, Sinner e la gestione della frustrazione
Sinner e la metafora del poker
Taylor Fritz e il dilemma del ginecologo
Ingaggia Nole come tuo mental coach personale
Il coraggio e l’insegnamento di Alexander Zverev
La lezione di Rublev: non si può fuggire da se stessi
Alcaraz: Resistere alle critiche distruttive
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