
Viviamo in un’epoca in cui il tennis è stato letteralmente monopolizzato prima dai Big Three — Federer, Nadal, Djokovic — e poi dai due nuovi poli della generazione successiva, Carlos Alcaraz e Jannik Sinner. Nel frattempo, alle loro spalle, centinaia di professionisti, tutti estremamente preparati, dedicati e mentalmente solidi, lavorano con un’intensità che pochi sport richiedono, eppure finiscono per raccogliere risultati infinitamente più modesti. La recente vittoria in Davis (Bravissimi Matteo e Flavio) offre però spunto per qualche considerazione ulteriore…
L’insistenza moderna sul mental coaching deve fare i conti con un dato semplice e brutale: il tennis è uno sport in cui si perde sempre. Anche i migliori al mondo concludono la maggior parte della carriera con più sconfitte che trofei. Lavorare sulla mente sapendo che la vittoria resta improbabile — o addirittura rarissima — implica una maturità psicologica estrema.
Il problema, però, è che questa consapevolezza teorica non basta. Quando un giocatore si sacrifica per mesi, cura la dieta, allena la resistenza, studia gli avversari, si concentra sulla visualizzazione e sulla gestione emotiva… e poi perde al primo turno, qualcosa inevitabilmente si spezza. La tentazione di concludere che “gli altri sono più talentuosi” o “più fortunati” è fortissima.
In questa epoca di élite estrema — prima con Federer, Nadal e Djokovic, poi con Alcaraz e Sinner — il confronto diventa quasi inumano. Nessun lavoro mentale sembra sufficiente a colmare distanze così ampie. È naturale che molti giocatori vivano un senso di fallimento sproporzionato, perché il parametro del successo è inavvicinabile. Questo problema riguarda anche l’Italia.
Negli ultimi anni abbiamo visto un rendimento altalenante di talenti come Musetti e Berrettini, mentre la presenza abbagliante di Sinner ha prodotto un movimento virtuoso ma anche un’ombra pesante. All’inizio la sua ascesa ha generato entusiasmo, motivazione, orgoglio nazionale. Ma col tempo si è creata una dinamica più complessa: quando un fenomeno brucia le tappe con questa velocità, il rischio è che i coetanei si percepiscano automaticamente indietro, manchevoli, “non all’altezza”.
Per questo è stata preziosa la recente Coppa Davis: l’assenza comprensibile di Sinner ha aperto un palcoscenico a Flavio Cobolli e Matteo Berrettini, che finalmente hanno avuto spazio, attenzione e la possibilità di mostrare un progresso sensibile. La crescita psicologica, infatti, non nasce nel cono d’ombra: richiede aria, responsabilità e visibilità.
Uno degli errori psicologici più diffusi nel tennis è credere che il talento sia una sorta di marchio di fabbrica, un timbro che giustifica i successi di alcuni e il disagio o la stagnazione di altri. Questa narrativa è seducente perché dà una spiegazione semplice a un fenomeno complesso. Ma è pericolosa perché alimenta una visione fatalistica, in cui migliorare sembra inutile.
Tra i giocatori più “normali” rispetto ai super-campioni vediamo invece un altro fenomeno: una minore propensione a individuare e correggere ossessivamente i dettagli, quelle micro-variabili che fanno la differenza nel lungo periodo. Non si tratta di superficialità, ma spesso di una diversa struttura mentale, di un percorso di crescita meno lineare, di opportunità differenti o, come nel caso di Berrettini, di una serie di infortuni che spezzano continuità e ritmo.
Al di là della tecnica, ci sono alcune competenze psicologiche che discriminano nettamente tra chi cresce e chi rimane fermo:
Accettare la realtà di un percorso non lineare, senza pretendere una progressione costante. Il tennis non premia la linearità: premia la resilienza nei periodi bui.
Focalizzarsi sulla propria performance, senza ricorrere alla scusa che “gli altri sono più talentuosi”. Il confronto distruttivo è un avversario molto più pericoloso di chiunque stia dall’altra parte della rete.
Individuare di volta in volta pochi aspetti specifici da migliorare, senza disperarsi. Micro-obiettivi chiari, tecnici o comportamentali, che fungano da guida durante partita e allenamento.
La maggior parte dei tennisti allena la tecnica, la tattica, la condizione fisica. Pochissimi allenano davvero l’attenzione ai dettagli non tecnici, dalla preparazione all’approccio alla gara, dalle routines agli spazi tra due punti…
Se dovessimo dare un messaggio a un giovane tennista, il cuore sarebbe questo:
“Il raffronto deve essere sempre e comunque fatto su di te stesso.”
Il tennis è uno sport crudele perché l’avversario cambia a ogni turno, e ciascuno porta con sé un mondo di condizioni diverse: esperienza, fisicità, superficie preferita, stato di forma, giornata buona o pessima. L’unico confronto affidabile è quello con i propri indicatori: la qualità dei colpi, la gestione emotiva, la capacità di applicare ciò che si è deciso di lavorare.
È così che cresce un tennista. Non guardando chi è più avanti, più fortunato o più “marchiato dal talento”, ma osservando con precisione se stesso.
Il vero lavoro mentale non serve a vincere sempre, ma a continuare a crescere anche quando sembra che gli altri stiano volando. Ed è questo — più di qualsiasi trofeo — ciò che distingue chi rimane fermo da chi evolve davvero.
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Riferimenti Mediatici
Videografia
Gonzo Tennis
UbiTennis
Served – Il podcast di Andy Roddick
Tennis Insider Club
Advantage – Il podcast di Jimmy Connors
Monografie sul tennis
Agassi, A (2015) Open
Bernardini, A. (2009) Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Blake, J (2007) Breaking Back
Ceccarelli, R (2024) Nella mente di un campione
Imarisio, M. e Piccardi, G. (2024) Piovuto dal cielo
Bibliografia Generale
Claudia Elisabetta Muccinelli – L’arte dell’Agenda
Allen, D. (2001) – Detto Fatto
Grant, A. (2023) – Il potenziale nascosto
Drucker, P (1967) The Effective Executive
Segura, H. (2016) The Inefficiency Assassin
Hardy, D. (2010) – Effetto cumulativo
Mel Robbins – La regola dei 5 secondi
Maloney David – (2020) Procrastination Decoded
Steve Magness – Do the Hard Thing
Brian Tracy – Ingoia il rospo
Robbins, M (2023) The Let Them Theory
Le Cunff, AL (2025) Tiny Experiments
Agassi, A (2015) Open
Dai una occhiata a tutti i libri citati nel blog
Per Approfondire
Balaguer: Alcaraz, Sinner e la gestione della frustrazione
Sinner e la metafora del poker
Taylor Fritz e il dilemma del ginecologo
Ingaggia Nole come tuo mental coach personale
Il coraggio e l’insegnamento di Alexander Zverev
La lezione di Rublev: non si può fuggire da se stessi
Alcaraz: Resistere alle critiche distruttive
Ad oggi Alcaraz è più forte di Sinner
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