
Quando Marco mi ha chiesto di incontrarlo, portava sulle spalle un peso che non sapeva più nominare. Aveva quarantatré anni, un corpo appesantito dalla fatica e anni di rincorse, e uno sguardo che oscillava continuamente tra il desiderio di recuperare il controllo e la paura di non farcela. La sua prima frase – se così si può dire, perché fu più una confessione che un’esposizione – ruotava attorno a un’immagine potente: quella di un orologio rotto. Non un oggetto da buttare, ma un meccanismo che ha perso il ritmo, che segna ore sfasate, che gira senza più la correttezza dell’ingranaggio.
Ogni giornata era diventata per lui una lotta contro il tempo, e il tempo vinceva sempre. Lavorava troppo, si dimenticava dettagli importanti, arrivava tardi, rispondeva alle email come se fossero un riflesso condizionato. A casa lo attendeva una moglie stanca della sua assenza, due figli che non lo riconoscevano più come il padre presente e affidabile che era stato, e un senso crescente di fallimento personale. Tutto questo, insieme al peso visibile dell’eccesso di lavoro e dell’aumento di peso, lo aveva convinto di essere entrato in una spirale discendente da cui non sapeva uscire.
La sua crisi non era un’esplosione improvvisa, ma un rallentamento progressivo. Due anni prima, la sua azienda aveva cambiato struttura e obiettivi, e con quel cambiamento Marco aveva assorbito più responsabilità di quante potesse gestire. All’inizio aveva reagito stringendo i denti: si era convinto che sarebbe stata solo una fase. Invece quella fase era diventata la nuova normalità. Il suo rallentamento interiore aveva cominciato da quel punto, ma lui non si era mai fermato a guardare la direzione in cui stava andando. Aveva solo continuato a spingere.
Con Marco abbiamo iniziato un percorso basato su tre pilastri fondamentali, necessari per ricostruire la struttura interna che gli era crollata senza che se ne accorgesse. Il primo pilastro prevedeva un risveglio molto anticipato, alle cinque del mattino, per dedicare un’ora esclusivamente a sé stesso. Mezz’ora per un hobby che non fosse produttivo, né utile, né orientato al lavoro. E mezz’ora per la programmazione quotidiana secondo criteri semplici e rigorosi. Per lui questa idea appariva, almeno inizialmente, spaventosa: non era la sveglia anticipata a intimidirlo, ma il contatto con il silenzio, la possibilità di trovarsi da solo con ciò che evitava da anni.
Il secondo pilastro riguardava la ricostruzione del suo ruolo familiare. Il lavoro doveva finire alle 17:30, senza eccezioni. La prima ora dopo sarebbe stata dedicata alle incombenze di casa, al contributo reale nelle cose che, da troppo tempo, sua moglie gestiva da sola. La seconda ora, quella dopo cena, sarebbe stata riservata a un tempo di qualità con i figli e la moglie. Non un tempo di mera presenza fisica, ma uno spazio in cui tornare a essere figura partecipante, non spettatore distante. Questo pilastro gli ha fatto tremare la voce: la sua assenza emotiva era la ferita che più gli costa guardare.
Il terzo pilastro, infine, riguardava la riduzione del carico percepito. Occorreva accelerare le procedure, adottare un approccio minimalista, snellire i processi e cominciare finalmente a delegare. Marco aveva costruito nel tempo una rete soffocante di passaggi, controlli, micro-azioni ridondanti, convinto che fossero necessarie per mantenere la precisione. In realtà erano diventate il terreno fertile della procrastinazione mascherata. Ridurre significava liberarsi.
Ma il vero cuore del nostro lavoro è nato quando abbiamo iniziato un esercizio che lui ha accolto con un misto di resistenza e curiosità: ogni giorno avrebbe dovuto identificare un modo, semplice o complesso, di risparmiare cinque minuti in modo strutturale. Cinque minuti non sembrano molto, ma sommati giorno dopo giorno diventano due ore e mezza in un mese. La matematica è semplice, la trasformazione psicologica no. I primi giorni sarebbero stati facili; poi sarebbe cominciata la parte difficile. Dopo due settimane non avrebbe trovato più soluzioni a portata di mano. Avrebbe dovuto rastrellare la giornata con occhio da artigiano, inventare, ripensare, progettare.
Gli ho mostrato che la difficoltà di questo esercizio non era un difetto, ma il vero allenamento. Il suo orologio interno non si sarebbe aggiustato eliminando solo gli errori grossi: avrebbe iniziato a funzionare davvero quando Marco avesse imparato a ripulire il meccanismo dai granelli invisibili che lo bloccavano. Per i primi giorni, trovare i “cinque minuti” sarebbe stato quasi un gioco. Dal giorno quindici, sarebbe diventato una prova di volontà, creatività, maturità. Un test della sua capacità di cambiare davvero.
Per sostenerlo in questo processo, abbiamo introdotto una regola di indulgenza strutturata: la possibilità di derogare alle nuove abitudini per un massimo di due giorni consecutivi, una sola volta ogni due settimane, per i primi tre mesi. Fino a due giorni era indulgenza. Dal terzo, scusa. Una barriera chiara, matematica, priva di zone grigie. Una cornice che impedisce all’impulso infantile di sabotare il percorso.
Durante i nostri incontri, Marco ha riconosciuto qualcosa di fondamentale: la parte di lui che protesta non va schiacciata né ignorata, ma accompagnata. È una parte giovane, impaurita, che fa capricci come un bambino che teme di perdere la sua sicurezza provvisoria. A volte urla, chiede cibo, chiede tregua, chiede distrazione. Ma non si dimostra mai amore cedendo ai capricci. Si dimostra amore rimanendo fermi, presenti, con il timone saldo. Marco ha ricordato un episodio con suo figlio in cui era stato un padre presente e saldo, capace di contenere il pianto senza cedere. Quell’immagine è diventata il modello di come dovrà trattare sé stesso quando arriveranno i giorni difficili.
Ciò che ho visto nascere in lui, alla fine di questo incontro, non era entusiasmo – l’entusiasmo è fragile – ma una forma nuova di rispetto verso sé stesso. Una serietà buona, adulta, non punitiva. È da lì che comincia il vero cambiamento. Non dal fare di più, ma dal fare meglio. Non dalla forza bruta, ma dalla coerenza. Non dal rumore, ma da un ritmo che finalmente torna ad avere senso. Marco non è più un orologio rotto. È un orologio che ha finalmente trovato l’artigiano disposto a rimetterlo in moto: sé stesso.
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Riferimenti Mediatici
Videografia
Gonzo Tennis
UbiTennis
Served – Il podcast di Andy Roddick
Tennis Insider Club
Advantage – Il podcast di Jimmy Connors
Monografie sul tennis
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Bernardini, A. (2009) Lo zen e l’arte di giocare a tennis
Blake, J (2007) Breaking Back
Ceccarelli, R (2024) Nella mente di un campione
Imarisio, M. e Piccardi, G. (2024) Piovuto dal cielo
Bibliografia Generale
Claudia Elisabetta Muccinelli – L’arte dell’Agenda
Allen, D. (2001) – Detto Fatto
Grant, A. (2023) – Il potenziale nascosto
Drucker, P (1967) The Effective Executive
Segura, H. (2016) The Inefficiency Assassin
Hardy, D. (2010) – Effetto cumulativo
Mel Robbins – La regola dei 5 secondi
Maloney David – (2020) Procrastination Decoded
Steve Magness – Do the Hard Thing
Brian Tracy – Ingoia il rospo
Robbins, M (2023) The Let Them Theory
Le Cunff, AL (2025) Tiny Experiments
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